Se mi dimenticherò di te,Gerusalemme,mi dimenticherò della mia mano destra.

 

 

Questa città è considerata sacra dalle tre religioni monoteistiche: Gerusalemme è El Kuds, la Santa, per i musulmani, è la Città della Pace, Yerushalaym, per gli ebrei, ed è la Città Santa per i cristiani, il luogo della Passione e della Crocifissione di Gesù.

 

 

 

 




Gli ebrei sono una popolazione semitica nomade,originaria della Caldea da dove,sotto la guida di Abramo,si stabilì in Palestina intorno al XIX secolo a.C.Abbracciò una religione monoteista,frutto,secondo la Bibbia,di un patto fra Abramo e Dio.Gli ebrei cominciarono a infiltrarsi in Egitto,dove però furono oggetto di persecuzioni.Furono liberati da Mosè che volle riportarli in Palestina attraverso il deserto del Sinai.Egli diede loro una legge scritta (legge mosaica).Il popolo ebraico fu diviso in 12 tribù che si riunirono in un regno(sec.XI-X),di cui il primo re fu Saul,cui succedettero Davide,che stabilì la capitale a Gerusalemme,e Salomone che costruì il Tempio.Intorno al 925a.C.,la Palesina si divise in Regno di Istraele a nord,con capitale Samaria e Regno di Giudea a sud con capitale Gerusalemme.Questa divisione indebolì i due regni,sottomessi rispettivamente dagli Assiri(722a.C.) e dai Babilonesi ad opera del re Nabucodonosor (cattività babilonese 587a.C.).Questi ultimi distrussero il Tempio e deportarono la popolazione,dando inizio alla diaspora. Un editto di Ciro, nel 538 a.C., consente che gli ebrei facciano ritorno nella loro terra, che però sono destinati a lasciare definitivamente nel 70 d.C. E' quella la data della sottomissione a Roma, le cui truppe, inviate dall'imperatore Tito, distruggono quasi interamente la città santa.Tra le macerie trovano posto anche le pietre che costituivano il Tempio di Erode, edificato sulle fondamenta di quello dedicato a re Salomone. Solo una parte ne rimane in piedi, ed è ciò che oggi conosciamo con il nome di Muro del Pianto, di fronte al quale pregano gli ebrei di Gerusalemme. Dal 70 ha inizio la vera diaspora del popolo ebraico, che per quasi diciannove secoli vivrà frammentato in diversi Paesi, concentrandosi soprattutto nell'Europa meridionale e centro-orientale. La Gerusalemme e la Palestina conquistate dai Romani diventano cristiane, e tali rimangono fino all'arrivo del califfo Omar nel 637.
La guerra, questa volta, è tra cristiani e mussulmani, che ne escono vittoriosi e danno il via a una dominazione che resisterà sino a dopo la Seconda Guerra mondiale. Le cronache raccontano di un governo tollerante, che ammette numerosi pellegrinaggi di
fedeli di Cristo provenienti dall'Europa. Tuttavia, gli arabi commettono un gesto dal forte valore simbolico che, nel corso dei secoli, irrita il sentimento religioso degli ebrei: costruiscono, sulla collina che ospitava il Tempio di Erode, la Qubbat as-Sakhrah, una moschea che conosciamo con il nome di Cupola della Rupe, il cui tetto dorato domina le immagini più note della città. Il desiderio di ritorno degli ebrei in Terra Santa, nel corso dei secoli matura, alimentato anche da quell'affronto, che può apparire come un segno della volontà araba di dominare sull'intera storia di Gerusalemme e della Palestina.
 Il
convegno di Basilea segna la nascita del Sionismo, movimento che, rifacendosi a uno dei nomi biblici di Gerusalemme (Sion), aspira a dare agli ebrei una terra sulla quale costruire la loro patria.  Sono queste considerazioni che spingono Herzl a fondare il Sionismo (parola coniata dal giornalista Nathan Birnbaum). Il problema del Paese nel quale ricostruire la patria degli israeliti non è tra quelli che impensieriscono Herzl, il quale sembra considerare l'ipotesi che il nuovo Stato ebraico possa sorgere addirittura in Uganda, sul quale la Gran Bretagna esercita un protettorato. Si impone, però, l'idea del ritorno in Palestina, supportata da motivazioni di storiche (è la terra da dove gli ebrei sono stati messi in fuga), religiose (come nell'Esodo, guidati da Mosè, gli ebrei vi fanno ritorno lasciando l'Egitto, così nella realtà vi fanno ritorno, guidati da Herzl, lasciandosi alle spalle altri tipi di schiavitù) e anche economiche (un'ipotesi mai confermata sostiene che la Palestina sarebbe stata scelta in quanto era la più povera delle regioni dell'Impero Ottomano. Il sultano avrebbe ceduto  alle cospicue offerte economiche grazie alle quali gli ebrei avrebbero "comprato" quel Paese pezzo a pezzo).
Le idee e i piani di Theodor Herzl cominciano a diffondersi tra gli ebrei di tutta Europa e ai primi del secolo si registrano le prime partenze di coloni che raggiungono la Palestina, insediandosi in terre comprate con i soldi di congrue donazioni provenienti dalle èlite ebraiche di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. Il sogno di Herzl sta realizzandosi, ma questi non potrà vederlo compiuto perché muore nel 1904 (cinque anni dopo, nella valle di Kinneret, nascerà il primo kibbutz, la comune agricola che farà da cellula del prima sistema economico dello stato di Israele).
Le migrazioni verso la Palestina crescono vertiginosamente negli anni che precedono la Seconda Guerra mondiale, e vanno a incrementare di molto quella piccola comunità ebraica che fino allora era vissuto sul territorio. Tuttavia, si avvertono tensioni con i mussulmani che popolano questa regione dai tempi del califfo Omar. Nel 1921 e nel 1929 si registrano i primi moti antiebraici, che si intensificano dopo l'avvento di Hitler al potere. Gli ebrei che fuggono dalla Germania e dal resto dell'Europa centro-orientale trovano rifugio o negli Stati Uniti (dove tuttora vivono circa cinque/sei milioni di jewishes, un milione in più di quanti ne vivano in Israele) o nella loro "Terra Promessa". Dove però si trovano a dover contrastare l'ostilità della comunità mussulmana, i cui leader costituiscono un Alto comitato e incoraggiano l'uso delle armi. La reazione degli ebrei sta nel rafforzamento del loro piccolo esercito (la Haganah). All'interno degli opposti schieramenti nascono frange integraliste, che non esitano a fronteggiarsi a colpi di attentati. La regione diviene una polveriera, e la Gran Bretagna - di cui la Palestina è una colonia - è costretta ad intervenire.
Tra il 1930 e il 1939 la diplomazia di Sua Maestà propone diverse soluzioni diplomatiche, due tra le quali trovano un minimo di credito: quella (scartata) di creare due Stati e formare un "cuscinetto di protezione" tra Giaffa e Gerusalemme; quella (accolta) di limitare la quota di immigrazioni ebraiche a 75.000 unità l'anno e di avviare una fase di intesa tra le due comunità, che avrebbe dovuto sfociare nella nascita di uno Stato unico e pacifico per entrambe. Ma Adolf Hitler, indirettamente, rovina i piani degli Inglesi. Il prologo dell'Olocausto va in scena nelle regioni occupate dai nazisti, e dall'Europa aumentano i flussi migratori verso la Palestina. Il tetto massimo fissato dal secondo accordo appare agli occhi della comunità ebraica come una macabra barzelletta: l'intesa diplomatica salta, e la parola ritorna alle frange terroristiche dei due contendenti. La Seconda Guerra mondiale apre una parentesi nella storia della questione in Terra Santa. Gran Bretagna e Israele combattono un comune nemico, la Germania, e non possono permettersi, riguardo la Palestina, divergenze di opinione che si rivelerebbero dannosi intralci all'azione governativa e militare inglese.
Il problema torna quindi in primo piano con la fine della guerra, quando a Gerusalemme riprendono le trattative diplomatiche tra ebrei e arabi, mediate da rappresentanze del governo di Londra. Ma non si cava un ragno dal buco, e nel 1947 la Gran Bretagna chiede l'intervento delle Nazioni Unite. Nel novembre di quell'anno, l'Onu dichiara la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e l'altro arabo, con l'eccezione di Gerusalemme, messa sotto controllo internazionale. Gli ebrei approvano, gli arabi no. Trattandosi però di decisione unilaterale dell'Onu, non possono far nulla se non organizzare un'azione di rappresaglia e terrorismo, che non tardano ad attuare. Il 14 maggio del 1948 le truppe Inglesi lasciano per sempre la regione e a Tel Aviv viene proclamata la nascita dello Stato di Israele. A dare l'annuncio è il leader politico e carismatico degli ebrei,
David Ben Gurion (il cui vero nome è David Gruen. Ben Gurion è il cognome che assume in seguito, e che significa "figlio di leone"). 
L'avvenimento segna l'inizio di un'altra guerra, quella con i popoli arabi che circondano il neonato Stato di Israele. Cinque eserciti dichiarano guerra ai "nuovi arrivati", con il chiaro intento di costringerli a riconsegnare ad Allah la Palestina assegnata agli ebrei. Le operazioni militari si protraggono per circa un anno, al termine del quale la geografia del luogo muta, ma di pochissimo. Gli israeliani occupano le palestinesi Giaffa e Nazareth; la Giordania prende possesso di una parte di territorio che l'ONU ha assegnato alla Palestina; l'Egitto occupa la striscia di Gaza, nel sud di Israele.  Se il disegno dei confini non muta sostanzialmente, un importante rimescolamento di carte avviene, durante quell'anno di guerra, sotto il profilo demografico. Infatti, circa 700.000 arabi abbandonano le loro case e altri 150.000, che vi rimangono, diventano a tutti gli effetti cittadini di uno Stato che però non riconoscono.
Inoltre, circa 300.000 ebrei giungono in Palestina provenienti dall'Egitto, dallo Yemen e dall'Iraq. Ce n'è abbastanza perché la tensione rimanga alta. Nove anni dopo la nascita di Israele, un nuovo conflitto agita quella regione. Questa volta, a sferrare l'attacco è l'esercito ebraico, che muove le sue armate verso il canale di Suez. La manovra ha un obbiettivo di prevenzione, e nasce dalla decisione del presidente egiziano
Naser di nazionalizzare la società anglo-francese che controlla le acque di quella vitale striscia d'acqua che collega il Mar Rosso con il Mediterraneo. Per Israele significherebbe la chiusura del più importante nodo commerciale, e ne conseguirebbe una crisi economica che minerebbe la sopravvivenza stessa dello Stato. Per questo motivo, guidati dal "condottiero" Moshe Dayan (un formidabile generale che porta una pittoresca benda sull'occhio sinistro), l'esercito di David invade la penisola del Sinai, luogo epico sul quale Mosè ha ricevuto da Dio le tavole dei dieci comandamenti. Il conflitto assume da subito una dimensione internazionale: Francia e Gran Bretagna, che hanno segretamente appoggiato l'operazione di Israele, si trovano a dover far fronte alle proteste degli Stati Uniti - che nel tacito consenso anglo-francese leggono un tentativo di restaurazione di un inopportuno e anacronistico regime coloniale - e dell'Unione Sovietica.
Il governo di Mosca considera la vicenda di Suez una ghiotta opportunità per prendere le difese delle ragioni arabe, anche per suscitare le eventuali ire dei paesi mussulmani confinanti, tra i quali l'Afghanistan (che vent'anni dopo dovrà subire l'invasione dell'Armata Rossa). Mentre Israele ed Egitto si fronteggiano a colpi di cannone, L'URSS minaccia di lanciare i suoi missili su Londra e Parigi. E' un assaggio della tensione che il mondo vivrà cinque anni più tardi, con la questione dei missili sovietici a Cuba. Ciò induce Israele a ritirarsi dalla penisola del Sinai, conservando però la striscia di Gaza e il nevralgico porto di Eilat. Il grosso vantaggio di quell'operazione è però un altro. "Il Sionismo - ha scritto Sergio Romano - aveva trasformato gli ebrei in contadini, il ricordo dei campi di sterminio e l'assedio arabo ne fecero dei soldati. 
Il mondo scoprì nell'autunno del 1956 che il vecchio ebraismo pittoresco e bigotto dell'Europa centrorientale aveva subito in Palestina una mutazione genetica. La guerra di Suez creò un patriottismo militare che divenne non meno importante, per la sopravvivenza dello Stato israeliano, dell'identità sionista e religiosa".Nel 1967, Israele darà nuovamente esempio della sua fulminea potenza militare. Lo scenario è sempre il nevralgico canale di Suez, e il "casus belli" lo stesso di dieci anni prima. Il presidente egiziano Naser tenta di chiudere forzatamente il rubinetto dei rifornimenti per gli ebrei, e interdisce alle navi israeliane il golfo di Aqaba e il porto di Eilat. La reazione Israeliana è fulminea, e passa alla storia con il nome di "
guerra dei sei giorni". Moshe Dayan riporta le sue truppe a Gaza e nel Sinai, ma anche a Gerico (Cisgiordania), nel settore palestinese di Gerusalemme e sulle alture del Golan, territorio siriano. Il blitz si svolge dal 5 al 10 giugno, ed è necessario un intervento dell'ONU per scrivere la parola fine alle ostilità. La "guerra dei sei giorni" si chiude con la restituzione del Sinai all'Egitto, ma apre nuovi scenari di un conflitto che si allarga a macchia d'olio e che si trasforma sempre più in guerra di religione tra Allah e Jhwh (il Dio degli ebrei).
Direttamente coinvolte sono, adesso, la Siria e la Cisgiordania; in più, c'è la scottante questione di Gerusalemme, un vero ring sul quale i due contendenti - più i cristiani come "terzi incomodi" - possono fronteggiarsi apertamente senza esclusione di colpi. La drammatica convivenza giornaliera è scandita da episodi che, periodicamente, portano la questione mediorientale sulla scena mondiale. Nel 1972, durante le
olimpiadi di Monaco, un commando di guerriglieri palestinesi sequestra la squadra israeliana nel villaggio olimpico. L'episodio si conclude con un conflitto a fuoco con la polizia tedesca, nel quale muoiono gli atleti e cinque terroristi. L'anno successivo, mentre in Israele si celebra la festività di yom kippur, Egitto e Siria sferrano un'attacco a sud, nel Sinai, e a nord, nel Golan. 
I primi giorni di questa nuova guerra sembrano segnare la capitolazione delle armate Ebraiche, che però riescono ad arginare le avanzate e contrattaccano e riguadagnano terreno. Nel Sinai riescono ad accerchiare i carri della III armata egiziana. E' ancora un intervento esterno - questa volta degli Stati Uniti, storici alleati di Israele - che induce i contendenti ad abbassare le armi. Artefice dell'operazione è il Segretario di stato americano Henry Kissinger; questi comincia un'estenuante trattativa diplomatica che sfocerà, nel 1979, negli accordi di
Camp David, primo trattato di pace tra Israele e un paese arabo, l'Egitto. Firmatari di quello storico accordo sono il leader del Likud (il partito della destra ebraica), Begin, e il presidente egiziano Sadat, successore di Naser.
E' il 26 marzo, giorno importante della storia del medio-oriente perché dimostra quello che in molti si ostinavano a negare: l'impossibilità della convivenza tra arabi ed ebrei in quella tormentata zona. La questione, tuttavia, è risolta solo in parte. Da un lato, rimane aperto il problema dei rapporti con la Siria e la Giordania; dall'altro, c'è l'ostilità degli stessi arabi per il gesto di pace compiuto dal presidente egiziano, che nel 1981 viene assassinato al Cairo da un commando di terroristi islamici mentre assiste a una parata militare. 
L'ultima guerra di questa drammatica storia è quella che, nell'82, si svolge in Libano. Lo stato a nord di Israele è la roccaforte del popolo palestinese, guidato dal leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina,
Yasser Arafat. Suo primario obbiettivo è quello di far scomparire lo Stato ebraico dalle carte geografiche, e di riconsegnare quindi l'intera, originaria Palestina al suo popolo. Lo ostacolano, in questa missione, non solo la forza militare di Israele, ma anche la guerra civile che, in tutto il Libano, oppone cristiani maroniti, drusi e musulmani. Il governo israeliano approfitta di questo caotico scenario e, con lo scopo di ampliare ulteriormente la propria zona di difesa, invade la parte mediorientale dello Stato libanese. 
E' il 1978. L'effetto di tanta audacia è principalmente uno: cementare, intorno ad Arafat, la solidarietà di tutto il medio-oriente arabo. Solidarietà che trova ulteriore alimento l'anno successivo, quando in Iran si compie la Rivoluzione Islamica e l'ayatollah Khomeini sale al potere. La guerra in Libano si veste definitivamente da guerra santa, combattuta da Allah contro Jhwh. Quest'idea, però, rimarrà sulla carta, poiché la guerra civile, che si combatte parallelamente a quella contro Israele, toglie energie alle armate arabe e impedisce una strategia comune per respingere gli ebrei nel loro Paese. Sfruttando questa situazione, le armate israeliane invadono nell'82 la capitale del Libano, Beirut, e la sottopongono a un bombardamento incessante. Il loro obbiettivo è quello di colpire definitivamente il quartier generale dell'OLP, ma sarà destinato a fallire per effetto dell'intervento dell'ONU. L'Organizzazione dispone infatti l'invio, nella regione, di un contingente armato composto dagli eserciti di Francia, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. 
Questa "multinazionale della pace" riesce a fatica a evacuare 4000 palestinesi dalla capitale martoriata dalle bombe, ma non può impedire un immediato "cessate il fuoco". Che invece continua a bruciare fino all'85, quando il governo Israeliano - sottoposto a fortissime pressioni internazionali - annuncia il ritiro delle proprie truppe. Quella guerra non ha portato a nulla - l'OLP, infatti, prosegue nella sua lotta - se non al declino del prestigio internazionale di Israele, che si vede voltare le spalle anche dal tradizionale alleato, gli Stati Uniti. Washington non ha apprezzato la politica disinvolta di Tel Aviv, e nemmeno apprezza la loro gestione dell'Intifada (o "guerra di pietre"), cioè la rivolta palestinese che dal 1987 agita i territori occupati dagli israeliani (la Striscia di Gaza e Gerico).
La repressione delle truppe ebraiche è violenta, e si contano circa duemila morti tra gli arabi. Inoltre, il governo Israeliano consente massicce immissioni di coloni negli stessi territori. Un gesto provocatorio, che spinge gli Stati Uniti ad affermare che il tradizionale sostegno politico di Washington per Tel Aviv potrebbe venire meno se non dovessero giungere chiari segni di pace. I rapporti tra i due Stati, però, si ricuciono in occasione della Guerra del Golfo.
Saddam Hussein, nel tentativo di allargare la portata - ridotta - dell'invasione del Kuwait da parte dell'esercito iracheno, decide di coinvolgere nel conflitto anche Israele e bombarda con i missili scud, la città di Tel Aviv. Israele, malgrado un potenziale militare ben più pericoloso di quello di Saddam, non reagisce e oppone agli i scud i soli patriots, missili che si limitano a intercettare quelli provenienti dall'Iraq.
Al termine di quella "guerra", si comincia a parlare seriamente di pace tra palestinesi ed ebrei, come contropartita che Israele offre agli Stati Uniti per il loro sostegno contro gli attacchi di Saddam. I colloqui di pace prendono il via nell'autunno del 1991, a Madrid, e si concludono due anni dopo a Washington. Nel giardino della Casa Bianca, davanti a un Clinton visibilmente soddisfatto, Yasser Arafat e
Ytzak Rabin (premier israeliano) siglano un trattato di pace che scrive la parola "fine" a quasi cinquant'anni di conflitti, guerriglie e attentati. Anche se, questi ultimi, non sono finiti. Nel 1995, un terrorista appartenente alla destra estrema israeliana, uccide a revolverate lo stesso Rabin, artefice del processo di pace. Da allora, la tensione in quelle zone martoriate non è scemata e anzi negli ultim.i anni si è ulteriormente aggravata.

                                                                      

                                                                                                      IGOR PRINCIPE

 

 

    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Lettera a un amico ebreo, di Sergio Romano - Longanesi, Milano, 1997

  • Cinquant'anni di storia mondiale, di Sergio Romano - Tea storica, Milano, 1998

  • Tra guerra e pace, di Edward W. - Feltrinelli, Milano, 1994

  • Gerusalemme Gerusalemme, di Dominique Lapierre e Larry Collins - Mondadori, Milano, 1994

  • Gerusalemme, di Karen Armstrong - Mondadori, Milano, 1999

  • Storia del conflitto arabo-israeliano-palestinese, di Giovanni Codovini - Mondadori, Milano, 1999

 

http://www.cronologia.it

 

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